Un articolo di Betti Leone

Anziani a L'Aquila dopo il terremoto, una risorsa da non sprecare.

Chi è colpito da una catastrofe naturale ne porta i segni a lungo, fino a quando non riesce ad elaborare il lutto delle perdite subite e ad immaginare una nuova vita per sé e per la propria famiglia. Se poi la catastrofe arriva quando sei anziano, hai concluso la tua vita lavorativa e aspiri solo a godere delle risorse e degli affetti che hai costruito nel tempo, elaborare il lutto è difficile e il sentimento prevalente , nel migliore dei casi, è la rassegnazione. Gli anziani vivono nel presente, perché sanno che il loro futuro è limitato, e perciò non riescono ad immaginare la ricostruzione dei propri spazi e soprattutto delle proprie abitudini. Da questo deriva l'apatia, la depressione, il senso di inutilità della propria vita, tutti fattori che spiegano l'aumento del tasso di mortalità tra gli anziani sopravvissuti al terremoto. Per questo motivo il primo problema non è come assistere gli anziani, ma piuttosto come renderli protagonisti del processo di ricostruzione della città utilizzando la loro esperienza, i loro saperi, le loro capacità. In altre parole come ridare un senso alle loro giornate facendone dei promotori di socialità capaci di sostenere il processo di riorganizzazione di una comunità disgregata. Non si tratta di un compito facile perché nel post terremoto gli anziani sono stati separati dal loro ambiente più a lungo dei lavoratori e degli studenti in quanto soggetti meno necessari alla ripresa economica della città e questa scelta, anche se dettata dalla durezza della situazione, ha contribuito ad aumentare la loro frustrazione. Tuttavia ora la maggior parte di loro è rientrata a L'Aquila, negli insediamenti abitativi del progetto C.A.S.E, nei MAP, o nelle loro case già riparate perché poco danneggiate. Tutti vivono comunque una condizione di spaesamento, perché non hanno ritrovato l'ambiente a cui erano abituati, non hanno più gli stessi vicini e spesso hanno perso la loro autonomia di movimento, essendo cambiate le distanze dai luoghi comunemente frequentati( i negozi, i bar, lo studio medico, gli uffici pubblici, le banche ecc.). Infatti, nella nuova situazione, chi non guida o non ha un proprio mezzo di trasporto deve sempre dipendere da qualcun altro, dal momento che, invece di potenziare i trasporti pubblici, si è preferito investire risorse per costruire un numero straordinario di rotatorie allo scopo di fluidificare il traffico prodotto dall'eccesso di veicoli privati in circolazione.

La difficoltà di mobilità è in effetti uno dei problemi che rendono complicata la giornata degli Aquilani; per gli anziani essa diventa un vero ostacolo alla ripresa di una vita fatta di impegni e relazioni quotidiane. Questa situazione fa sì che il tempo libero, la più grande risorsa degli anziani, divenga un tempo vuoto, privo di utilità personale e sociale. Noi non possiamo permetterci questo spreco perché, se vogliamo ricostruire una città e il territorio che la circonda, abbiamo bisogno di mobilitare le energie di tutti, rompendo la passività e la rassegnazione all'esistente.

Da queste considerazioni è nato il progetto dell'Auser, l'associazione di volontariato promossa dal sindacato dei pensionati della CGIL, che è stato finanziato dalle fondazioni bancarie nell'ambito della progettazione sociale straordinaria “Emergenza Abruzzo”. Il progetto, condiviso con ARCI e l'associazione “180 amici”, partirà in questi giorni a Coppito, Bazzano e Barisciano con l'intento di sperimentare una modalità di intervento che tenga insieme sostegno agli anziani in difficoltà e promozione del volontariato. Il volontariato infatti non è solo risposta caritatevole ai bisogni delle persone, ma è una forma di assunzione di responsabilità nei confronti della comunità in cui si vive e un modo di condividere le difficoltà attraverso la costruzione di reti di auto-aiuto.

Il titolo del progetto” Aiutare i singoli, ricostruire la comunità” è evocativo dello scopo che i promotori vogliono raggiungere. Ai volontari coinvolti si chiede di offrire un servizio di ascolto telefonico( “Filo d'argento”) per raccogliere i bisogni e le richieste degli anziani a cui dare risposta non solo ricorrendo alle strutture messe a disposizione dalla CGIL e dalle associazioni e cooperative che aderiscono al progetto, ma anche organizzando un servizio di trasporto, con mezzi Auser, per espletare piccole incombenze quotidiane, come fare la spesa, ritirare certificati, pagare le bollette, andare dal medico, o per frequentare luoghi di incontro animati dalle associazioni aderenti al progetto. La maggior parte dei volontari sono pensionati che decidono di mettere a disposizione il proprio tempo per contribuire alla rinascita del proprio territorio e del suo tessuto sociale; per questo l'obiettivo del progetto non è puramente assistenziale ma mira a rendere gli anziani protagonisti della ricostruzione, cittadini attivi in grado di partecipare ai processi di trasformazione messi in moto dall'emergenza terremoto. Da questa attività può nascere una prima rete di relazioni intorno a cui far crescere altri progetti. Sarebbe per esempio interessante sperimentare all'interno dei nuovi insediamenti abitativi forme di “banca del tempo” per permettere agli anziani che lo volessero di mettere a disposizione degli abitanti alcune ore del loro tempo per tenere compagnia ad anziani soli, intrattenere i bambini in assenza dei loro genitori, eseguire lavori di piccola manutenzione o di sartoria, preparare dolci o pietanze per una cena tra amici, ecc. In questo modo si potrebbe dare un senso ad una situazione di forzata convivenza, a cui troppo spesso si risponde con un isolamento dentro le proprie mura prefabbricate, e si potrebbe prefigurare, in termini sociali e non solo familiari, un patto tra generazioni in cui il tempo libero dei pensionati libera il tempo dei più giovani. Si imparerebbe così, facendo di necessità virtù, un modo nuovo di fare vicinato che ciascuno potrebbe poi far vivere una volta rientrato nella propria casa e nella città ricostruita, rendendole più amichevoli e più accoglienti. Questo tipo di volontariato non si sostituisce ai servizi pubblici, come vorrebbe chi teorizza la necessità di ridurre la spesa sociale per investire più risorse nella crescita produttiva, ma è piuttosto un moltiplicatore di energie e un costruttore di nuovi spazi pubblici. Solo se i cittadini si assumono responsabilità civili e partecipano concretamente alla vita della propria città e del proprio territorio può crescere ed estendersi una pratica di democrazia partecipata fino ad arrivare all'esercizio della democrazia deliberativa. In questo senso l'apporto degli anziani alla ricostruzione sociale contribuisce a creare un legame tra democrazia e partecipazione e fa crescere la consapevolezza che una città rinasce, come comunità e luogo di vita collettiva, solo se tutti i cittadini mettono in gioco le proprie risorse.

Naturalmente non possiamo ignorare che esistono anziani con gradi differenti di autonomia, fino ad arrivare alla non autosufficienza, che hanno bisogno di sostegni e servizi più complessi di quanto possa offrire una rete di auto-aiuto. C'è perciò necessità di riorganizzare i servizi sociali e sanitari in modo che si possano assistere queste persone mantenendole inserite in un contesto familiare ed evitando la loro segregazione in strutture dedicate, troppo spesso disattente al mantenimento della dignità personale dei malati. Bisognerebbe moltiplicare le équipes di infermieri, medici, assistenti sociali, assistenti domiciliari, fisioterapisti in grado di prendersi carico dei casi più gravi, raggiungendoli nelle loro nuove abitazioni. Può sembrare un'utopia dal momento che la sanità abruzzese è sottoposta ad un rigido regime di rientro dal debito e sta quindi riducendo la spesa tagliando servizi e aumentando i tickets; inoltre il piano sociale Regionale dedica solo poche righe generiche alla nuova situazione di bisogno sociale creata dal terremoto, prevedendo per di più una riduzione delle risorse da trasferire ai Comuni colpiti dal sisma, e contemporaneamente l'accorpamento delle Comunità Montane sta riducendo i servizi per gli abitanti dei piccoli Comuni. Tuttavia è proprio questa situazione che dovrebbe spingere a sperimentare nuove forme di assistenza sociosanitaria più vicine ai bisogni dei cittadini e perciò più efficaci e meno costose; non si tratta infatti di ridurre i servizi ma di cambiarne la natura facendo qualche investimento nel personale, responsabilizzando i medici di famiglia, coordinando tutte le risorse presenti sul territorio. Purtroppo mentre è sembrato naturale parlare di sperimentare nuove forme abitative( anche il progetto C:A:S:E è stato presentato come una grande innovazione rispetto alle costruzioni provvisorie) e nuove tecniche costruttive e di infrastrutturazione energetica, nessuno ha parlato della necessità di immaginare nuove forme di stato sociale per rispondere ai bisogni creati dalla disgregazione della città. Persino quei donatori, come la Croce Rossa o il Lions club, che hanno pensato di incrementare servizi, non sono riusciti ad andare oltre la donazione di poliambulatori, in concorrenza con quelli pubblici, che assai probabilmente diventeranno solo dei moltiplicatori di spesa. Eppure nei prossimi anni sarà l'organizzazione della vita sociale e la capacità di ridurre i disagi dei cittadini a decidere il futuro dell'Aquila e dei paesi limitrofi perché incideranno sulla scelta di tante famiglie di rimanere o andarsene.

Valorizzare il tempo libero degli anziani per sperimentare forme di convivenza solidale può essere uno dei modi per rendere più facile la vita dei terremotati e sollecitare interventi innovativi da parte dei servizi pubblici. Vale la pena di provarci!

[Ultima Modifica: 06/10/2011]